Cento anni del Pci

Intervista a Ugo Sposetti di Tommaso Labate pubblicata sul settimanale “Sette” del Corriere della sera il 18 dicembre 2020.

Tra i sogni ricorrenti di «Questa è la bozza del sito internet, www. centoannidelpci.it, che presto sarà on-line», corredato dalla scritta “Avanti popolo”. «E questa è la lista dei film che abbiamo scelto per la rassegna itinerante», aggiunge subito dopo Ugo Sposetti, mostrando un elenco in cui compaiono – tra gli altri titoli – I Sovversivi, Uccellacci e uccellini, L`Italia con Togliatti, C`eravamo tanto amati, La Terrazza, Palombella rossa, L`addio a Enrico Berlinguer e Quando c`era Berlinguer e Berlinguer ti voglio bene, Don Camillo e La Patata Bollente. «Certo, dipenderà anche dalla situazione del Covid-ig», si rabbuia per un secondo. Ugo Sposetti non è soltanto l`uomo che ha in tasca le chiavi delle celebrazioni dei cento anni dalla nascita del Partito comunista d’Italia,
che ci saranno nel 2021. Il tesoriere dei I)s, l`uomo che ha «messo in sicurezza» il patrimonio del vecchio Pci ristrutturando all`inizio degli anni Duemila il debito di un partito finanziariamente al collasso, è uno dei pochi comunisti al mondo che – nel 2020 – non ha bisogno di patenti o professioni di fede. È comunista, punto. Nel metodo, prima ancora che nel merito, è la punta finale di quell`albero genealogico di cui hanno fatto parte non solo Berlinguer, Longo, Togliatti; ma pure Lenin e, andando a ritroso, persino Marx. Gira con una vecchia macchina troppo spaziosa per essere definita una semplice berlina ma troppo piccola per essere una station-wagon. Vive di carte, non ha uno smartphone. «Guardi qua», dice tirando fuori da un archivio una circolare firmata da lui e datata 26 novembre 2007, rivolta «a tutti i dipendenti e i collaboratori della Direzione Nazionale dei Democratici di Sinistra». Inizia così: «Care compagne, cari compagni, in vista della costituzione del Pd si rende necessario procedere a un lavoro di archiviazione dei documenti che ciascun dipartimento ha prodotto negli anni passati».

Ce l`ha fatta alla fine a raccogliere questi documenti?
«Ce l`abbiamo fatta. Abbiamo raccolto materiale ovunque. Testimonianze di una storia che senza questo lavoro sarebbe finita disper sa».

Nel novembre del 2007 tutti pensavano al nuovo partito, lei pensava a salvare la storia del vecchio.
«Sul nuovo partito, come lo chiama lei, io ero scettico. Quando costruisci un grande capannone dimenticandoti delle fondamenta, poi non va a finire bene».

Pensa ancora questo del Pd, tredici anni dopo?
«È stato fatto tutto troppo di fretta e molte cose sono state fatte male».

Ce ne dica una.
«Il nuovo partito non aveva alcuna continuità giuridica coi vecchi che gli davano vita, Ds e Marghe- rita. Chiesi di istituire un gruppo di lavoro per stabilire il passaggio, per mettere nero su bianco alcune regole. Non fu fatto. Venne messo tutto assieme alla rinfusa, a cominciare dai dipendenti».

Lei però tenne fuori dal patrimonio comune quello che era rimasto del patrimonio del Pci.
«E mica l`ho fatto io. Una sezione locale del Pci apparteneva al Pci locale, non al partito centrale. Alla fine di tutto il percorso di ristrutturazione del debito, dopo il sacrificio di palazzi come Botteghe Oscure, facemmo un censimento dei beni immobili. Erano 2.399 in totale, tra appartamenti, magazzini, garage. Tutto compreso».

Un`enormità.
«La fermo. Sa come andava interpretato il passaggio al Pd, secondo me? Nasce un partito nuovo, c`è una storia nuova, si apre una fase politica nuova. Ma noi dovevamo pensare a che cos`era stato il nostro partito, quello precedente. E insieme ai legali rappresentati, ai tesorieri locali oggi diventati veri e propri operatori culturali, ragionammo in questo modo: “Noi dobbiamo salvare anche il volantino della sperduta sezione di montagna o dell`estremo Sud.

E i nostri iscritti ed elettori debbono vedere e toccare con mano che noi non abbiamo buttato nulla nella spazzatura”. Questo è l`impegno vero che prendemmo nel 2007. E questo è l`impegno grazie al quale, tra pochi mesi, potremo celebrare come si deve i cento anni del Pci».

Qualcuno le dirà: per salvare dei cimeli, ha girato la testa al passato ignorando il futuro.
«Assolutamente no. Con gli archivi, i documenti che oggi sono in gran parte in fase avanzata di riordino e in molti casi già digitalizzati (tira fuori il catalogo della mostra che si inaugurerà i primi di gennaio a Savona su Pci e comunicazione, “diretta da un compagno ex ferroviere di Si anni”, ndr) noi consentiremo ai giovani di conoscere la provincia italiana, le lotte e i movimenti che hanno portato al riconoscimento di diritti fondamentali su cui si fonda la nostra democrazia».

Che cos`ha pensato tutte le volte che l`hanno definita come l`oscuro custode di un patrimonio sterminato?
«Mi riconosco un limite. Il partito mi chiede di fare il presidente della provincia di Viterbo? Lo faccio. Vincenzo Visco mi chiama a dirigere la sua segreteria tecnica al ministero delle Finanze? Lo faccio. Fassino mi chiama a guidare la tesoreria dei Ds? Lo faccio».

Scusi, dov`è il limite?
«Il limite è che questo modo di fare politica, cioè fare banalmente quello che il tuo ruolo impone e null`altro, è stato dimenticato dai più. Per cui uno che si comporta così viene visto con sospetto».

Qualche suo nemico diceva: “Sposetti col patrimonio del Pci ha fatto tutto da solo”.
«Tra il 2007 e 2008 ho contato 250 tra riunioni e incontri in tutta Italia. Le racconto questa: arrivo a Sassari, si discute sul conferimento del patrimonio del Pci regionale alla nuova Fondazione Enrico Berlinguer, il “contenitore” dei beni del vecchio partito. Si parlava delle sezioni di proprietà del Pci, c`erano compagni preoccupati. Molli di questi rilevavano che quelle sedi erano state costruite anche grazie a compagni che poi avevano scelto di andare in Rifondazione comunista o altri movimenti, e che quindi non potevano essere alienate senza il loro consenso…».

Sembra un vicolo cieco. Come ne esce?
«Un compagno si alza e dice: “Io ho il vecchio quademino con la copertina nera dove c`è l`elenco dei sottoscrittori per l`acquisto della sezione. Ci sono anche i non iscritti e persino il nome, con tanto di cifra, versato dal parroco”. E concluse: “Che dobbiamo fare ora, ci facciamo autorizzare anche dal parroco?”. La saggezza popolare risolse la discussione».

Messa così sembra il riassetto di una società immobiliare.
«Eh no. Fu anche grazie a sforzi come questo, e grazie al gruppo dirigente guidato da Fassino, se dopo il 2001 abbiamo vinto tutte le elezioni che si potevano vincere. Tutte, dal zoot al 2oo6. Perché senza risorse la politica non si può fare. Senza soldi e senza la passione di tanti militanti, la democrazia non esiste».

Lei è l`uomo della cassa del fu Pci…
«Alt. Una cassa che era piena di debiti».

Si ma dopo di lei, chi prenderà in mano la cassa?
«Quando mi fanno questa domanda, cito Enrico Mentana». Cioè? «Alla fine del suo telegiornale su La7, Mentana dice sempre “dopo di noi, Gruber a Otto e mezzo”. Mettiamola così, per me e tanti altri le otto e mezza non sono ancora arrivate».

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